Ilaria Solazzo premiata a Milano: parola e ascolto al centro
Il valore della parola e la disciplina dell’ascolto: a Milano il riconoscimento a Ilaria Solazzo
Milano, 16 aprile 2026 – Via Montenapoleone 8, sede de Il Popolano
In un tempo storico segnato da accelerazione informativa e progressiva compressione del linguaggio, il giornalismo torna a interrogarsi sulla propria funzione originaria: non soltanto informare, ma comprendere, contestualizzare e restituire complessità.
In questa prospettiva si è svolta, nella prestigiosa cornice di Via Montenapoleone 8 a Milano, la cerimonia di conferimento del titolo di “Giornalista dell’Anno 2026” a Ilaria Solazzo, accompagnato da Targa al Merito, su iniziativa dell’editore Cav. Carlo Costantini per Il Popolano.
L’evento non si è configurato come mera celebrazione, ma come momento di riflessione sul ruolo del giornalismo contemporaneo, tra responsabilità etica, rigore metodologico e centralità dell’ascolto.
Il riconoscimento ricevuto a Milano rappresenta un momento significativo del Suo percorso. Come lo interpreta in termini professionali e culturali?
Lo interpreto come una tappa e non come un approdo. Ogni riconoscimento, se letto con lucidità, non certifica un punto di arrivo ma invita a una maggiore consapevolezza del percorso. In questo caso sento soprattutto la responsabilità di continuare a esercitare il giornalismo come pratica fondata su rigore, ascolto e rispetto della complessità.
Nel dibattito contemporaneo si parla spesso di “crisi della profondità informativa”. Qual è, secondo Lei, il significato autentico di profondità nel giornalismo?
La profondità non coincide con la lunghezza dei contenuti, ma con la loro capacità di non semplificare la realtà. Significa accettare la complessità dei fatti, verificarli con rigore e restituirli senza deformazioni. È un processo che richiede tempo, attenzione e disciplina intellettuale.
Il Suo lavoro mostra un equilibrio tra rigore e sensibilità narrativa. Come si costruisce questo equilibrio?
Non è un equilibrio statico, ma dinamico. Il rigore garantisce l’affidabilità del racconto, la sensibilità permette di cogliere la dimensione umana delle storie. Senza rigore si perde credibilità, senza sensibilità si perde verità emotiva.
Quanto incide la scrittura creativa sul Suo metodo giornalistico?
Incide profondamente. La scrittura creativa insegna ad ascoltare ciò che non è immediatamente detto: i silenzi, le pause, le sfumature. Il giornalismo, invece, impone struttura e verifica. L’incontro tra queste due dimensioni consente uno sguardo più completo sulla realtà.
Milano è stata il contesto del riconoscimento. Che valore attribuisce a questa città nel Suo percorso?
Milano è una città che richiede coerenza. Non concede spazio all’improvvisazione e impone un confronto costante con la qualità del lavoro. Ricevere qui un riconoscimento significa essere sottoposti a uno sguardo critico che, in realtà, rappresenta un’opportunità di crescita.
Nel Suo linguaggio ricorre spesso il concetto di ascolto. Perché è così centrale?
Perché il giornalismo, prima ancora che scrittura, è ascolto. Ascoltare significa sospendere il proprio giudizio, accogliere la complessità dell’altro e riconoscere che ogni storia ha una profondità che non può essere anticipata.
C’è una figura che ha influenzato il Suo modo di condurre le interviste?
Sì, Raffaella Carrà. Il suo stile era straordinario perché trasformava l’intervista in un incontro umano. Non c’era distanza fredda tra intervistatore e ospite, ma rispetto, eleganza e capacità di mettere l’altro a proprio agio. È un modello che considero ancora oggi attualissimo.
Quanto è difficile mantenere oggi una dimensione etica nel giornalismo?
È una sfida quotidiana. L’etica non è teoria, ma pratica: verificare le informazioni, evitare scorciatoie, assumersi la responsabilità delle parole. In un sistema informativo veloce, la scelta etica è spesso la più complessa, ma anche la più necessaria.
Quale ruolo attribuisce alla cultura nel Suo lavoro?
Un ruolo fondamentale. La cultura è lo strumento che consente di interpretare i fatti, non solo di riportarli. Senza una base culturale solida, il rischio è quello di descrivere la realtà senza comprenderla.
A chi dedica questo riconoscimento?
Lo dedico ad Angelo Longoni, figura di grande valore umano e culturale, e a Eleonora Ivone, con cui condivido un legame significativo. È una dedica che nasce dal riconoscimento di percorsi che hanno lasciato un segno profondo nella mia formazione.
In conclusione, quale principio guida ritiene imprescindibile per il futuro?
La coerenza. Non penso al lavoro giornalistico come a un punto di arrivo, ma come a un percorso in continuo divenire. La vera crescita consiste nel mantenere viva la disponibilità ad apprendere e a mettersi in discussione.
L’incontro con Ilaria Solazzo delinea una visione del giornalismo fondata su tre assi portanti: rigore metodologico, responsabilità etica e centralità dell’ascolto.
In questa prospettiva, il riconoscimento conferito a Milano assume un valore che supera la dimensione individuale, configurandosi come occasione di riflessione sul ruolo del giornalismo come pratica culturale e civile.
La parola, in tale orizzonte, non è semplice strumento informativo, ma atto di responsabilità verso la complessità del reale.











